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Conte e Azzolina nel tentativo di rispondere al coronavirus: il ministero dell'istruzione riuscirà a dare una risposta seria al problema? - Matteo Marinelli

Lettera aperta al Ministero dell’Istruzione

Il proliferare del contagio da coronavirus, poi rinominato COVID-19, non è stato un fenomeno prevedibile e, come tale, ha colto la popolazione mondiale assolutamente impreparata a gestirlo. È stata inefficiente in primis la comunicazione generale al riguardo, che passava schizofrenicamente dalla sottovalutazione del problema alla diffusione del panico generale, portando con sé un triste alone di confusione e incertezza. Sono state inefficienti le misure di contenimento del contagio, che hanno preferito combattere il pericoloso razzismo nella solitudine nazionalista, piuttosto che arginare fin da subito un problema gestibile. E, soprattutto, sono state inefficienti le risposte sulla quarantena sociale che, facendo leva sul senso civico comune e sul buonsenso individuale, si sono rivelate un totale fallimento, estendendo la necessità di costrizione sociale all’intero territorio nazionale. Ma tutto ciò è giustificabile, nella misura in cui questa è un’emergenza a cui nessuno era preparato: dopo un mese, conclusivamente, il nostro paese ha adottato delle misure abbastanza efficienti quasi da oscurare i precedenti errori. Ma tra tutte le scelte sbagliate così giustificabili, ne è presente una assolutamente non ignorabile e la cui modifica è necessaria: la risposta del sistema scolastico.

Tralasciando le continue contraddizioni tra le dichiarazioni del Ministero dell’Istruzione e quelle del Presidente del Consiglio, in primis per quanto concerne l’apertura o la chiusura delle scuole, la risposta all’emergenza epidemica è stata sostanzialmente lo spostamento della didattica su via telematica. È una risposta logica: non criticherò dunque la risposta in sé, ma è necessario specificare alcuni dettagli perché sia possibile la comprensione dell’utopia che tale risposta prevede. Le problematiche di questa risposta sono sostanzialmente tre: la qualità della connessione individuale ad Internet, la metodologia d’insegnamento che i docenti hanno adottato come risposta e i danni alla salute derivanti dalla scuola telematica.

La prima è probabilmente quella più importante. Il nostro paese è rinomato per essere uno dei paesi europei con la qualità di connessione peggiore, data fondamentalmente dalla vecchiaia dei collegamenti fisici, con una velocità di connessione media inferiore ai 10mbps. Parliamo di media, ovviamente, perché se andassimo a vedere i casi individuali, visibili nella mappa sotto allegata, scopriremmo che la maggior parte del territorio italiano si aggiudica una velocità di connessione assai inferiore.

Ministero dell'Istruzione e coronavirus: lezioni telematiche con connessione internet lenta - Matteo Marinelli
Distribuzione delle velocità di connessione ad internet nelle varie zone d’Italia (AGCOM, 2018)

Non è difficile comprendere, dunque, che il nostro paese non sia ancora pronto per una scuola telematica, e il solo tentativo di realizzarla, senza prima intraprendere un lungo percorso di rinnovamento dei collegamenti, è utopistico. Ciononostante, gli studenti sono obbligati a presenziare le lezioni digitali, spesso e volentieri perdendosi parti della lezione o comunque riscontrando problematiche di collegamento.

Il secondo problema è legato alla reazione dei docenti. Come ben si può intuire, questa varia da docente a docente, ma generalizzando all’intera nazione possiamo ammettere che una larga fetta di loro abbia optato per un insegnamento “aggressivo”, dove la quantità di materiale assegnato agli studenti per lo studio individuale risulta essere esagerata, in una distorta ed egoistica visione della quarantena, secondo cui l’obbligo di stare a casa significa non avere più alcuna forma di interesse personale, impegno o necessità. Fortissima, e evidente, è l’ipocrisia degli insegnanti che, con improvvisa voglia di fare, si mettono ad insegnare solo ora che non ne hanno più la possibilità, costringendo gli studenti ad un ritmo molto più intenso del solito, sostanzialmente senza alcuna apparente ragione. Sinceramente, non credo questo sia corretto: il compito della scuola dev’essere quello di garantire agli studenti la possibilità di estendere i propri orizzonti, non di eliminarli nel tentativo di mantenere il ritmo.

Inoltre, alcuni docenti bisognosi di valutazioni si sono ritrovati ad improvvisare interrogazioni e compiti a distanza, i cui voti sono da considerarsi illegittimi per la semplice impossibilità di verificare l’effettiva preparazione degli studenti: dietro ad uno schermo, indifferente se attraverso internet, dispositivi di vario genere, bigliettini, libri aperti o addirittura suggeritori, copiare diventa la normalità. È assolutamente scorretto, verso tutti quegli studenti motivati a studiare e determinati nell’impegno, considerare valide le valutazioni effettuate in questo tragico periodo.

Terzo problema fondamentale della didattica a distanza è l’effetto sulla salute. Non mi dilungherò al riguardo, non avendo le competenze mediche necessarie a tal fine, ma le lezioni telematiche, proprio perché per presenziarle risulta necessario passare tante ore davanti ad uno schermo, conseguono irrimediabilmente in pungenti emicranie e forte stanchezza. Inutile dire che, in queste condizioni, non solo lo studio, ma qualunque forma di attività, diventa difficoltosa.

Ora che abbiamo analizzato tutte le problematiche che rendono una follia utopica l’idea della continuazione didattica per via telematica, c’è un ultimo grandissimo problema da risolvere: come verranno svolti gli esami di Stato?

Semplicemente guardando la curva dei contagi italiana e il susseguirsi di eventi nel contesto cinese, possiamo ragionevolmente pensare che prima di fine aprile l’emergenza epidemica del COVID-19 non oserà stabilizzarsi e, per tale ragione, tra le altre attività pure quelle scolastiche non accenneranno alla riapertura. Considerando che ci sono alcune regioni, come Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che hanno optato per la sospensione delle attività scolastiche già a fine febbraio, e che il proseguire della didattica, per tutte le ragioni sopra esplicitate, è impossibile, come si può pensare di mantenere intatti gli esami di stato? Come è possibile non valutare neanche l’ipotesi di eseguirli a programma ridotto? Gli studenti delle terze medie e, in particolar modo, delle quinte superiori, hanno bisogno di sapere di che morte moriranno.

La presa di posizione del Ministero dell’Istruzione in questo senso è stupidamente conservatrice, e dimostra la mancanza di qualsivoglia vicinanza e appartenenza alla popolazione. Tutti gli studenti, di tutta Italia e di tutte le età, si stanno lamentando delle stesse identiche cose. Tutti gli studenti, di tutta Italia e di tutte le età, stanno richiedendo le stesse modifiche.

Ma voi preferite gridare #lascuolanonsiferma.