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democrazia matteo marinelli

L’Italia è morta, gli altri seguiranno

La democrazia è una caratteristica stupenda da ritrovare in un paese anche se, onestamente, è un sistema politico quanto meno inefficiente. Infatti, dare l’equa possibilità a tutti i cittadini di un paese di poter esprimere liberamente la propria opinione attraverso il voto ha portato, lentamente, il sistema democratico a subire un cambiamento radicale nelle sue caratteristiche: se prima, questa fenomenale caratteristica permetteva a grandi leader di salire al potere per dare nuova vita al paese, ora come ora il voto porta in carica ominicchi sempliciotti che, tramite soluzioni facili a problemi fin troppo complessi, ottengono un consenso popolare elevato e, sostanzialmente, concludono i loro interessi senza pensare concretamente al paese. O magari pensano al paese, ma soltanto in chiave di elezioni future, quindi con l’ansia e la pressione della necessità di essere nuovamente eletti alle elezioni successive. E’ ovvio che un sistema come questo non può funzionare nel lungo periodo, e anzi andrebbe quanto prima arrestato e fatto regredire allo stadio precedente: ma non è possibile. Tutto ciò fa particolarmente riflettere: per quanto amante della libertà d’espressione tramite voto politico, nei regimi democratici solo di facciata o addirittura dittatoriali, per quanto paradossale, i capi di governo portano avanti agende politiche ben delineate con piani a lungo termine ben definiti: possono permetterselo, d’altronde, non avendo un’opposizione concreta e non avendo il dubbio di non riuscire ad essere nuovamente eletti. In paesi come il nostro, invece, dove il governo in carica cambia a giorni alternati, la classe politico-dirigente, data l’instabilità e dunque l’incertezza che da questo clima politico consegue, è costretta continuamente a pensare a strategie e idee e slogan nuovi da propinare al popolo, col fine di mantenere alto il consenso popolare e vincere eventuali nuove elezioni, perennemente dietro l’angolo: così facendo, ai problemi si risponde con soluzioni semplicistiche nonché temporanee, che deresponsabilizzano l’attuale amministrazione posticipando una concreta soluzione ad un’eventuale nuova. D’altronde, una soluzione seria ai problemi che affliggono il paese richiederebbe una visione lungimirante, che in un contesto come questo rischierebbe soltanto di dare all’”avversario” materiale su cui poter fare la propria becera propaganda. Bisogna allora pensare a soluzioni rapide, veloci, indolori, possibilmente semplici da spiegare e da pubblicizzare, così che anche il popolano di stato sociale più basso possa apprezzare e mostrare riconoscimento.

Questo è il populismo. E un paese, così, muore.

Capire come mai si sia arrivati a questo punto non è semplice, ma scopo di questo articolo è come minimo il tentativo. Partendo dalle basi, i partiti più longevi e tradizionali, arricchiti ormai dalle risorse pubbliche raccolte e dal potere guadagnato nel corso degli anni, hanno perso quasi completamente il polso della situazione, rendendo i cittadini confusi e facendo dilagare quel nefasto senso di non essere rappresentati, portandoli a votare “il meno peggio”. Se passiamo poi al sistema elettorale, questo si è trovato completamente incapace di aggregare quelle che sono le preferenze individuali, il che ha provocato il proliferare di partiti e partitini che, in definitiva, sono risultati in numerose coalizioni fragili e incoerenti che hanno paralizzato (e continuano a paralizzare) completamente il paese, nel mentre rafforzando quella fazione nazionalsocialista intransigente, antidemocratica, xenofoba e sovranista che, tramite propaganda populista, nella paralisi generale accresce i suoi consensi. Il populismo, poi, ponendo soluzioni semplici e semplicistiche a problemi non così facilmente gestibili, mina e anzi distrugge qualsiasi forma di dibattito politico, rendendo qualunque avversario incapace di dare proposte “elettoralmente più appetibili” senza sfociare anch’esso nel populismo, e, nel mentre, ricalca desideri repressi dell’”uomo forte” che salva il paese da sé. 

Tutti sanno che il futuro di un paese è da trovarsi nei giovani e, in generale, nelle generazioni successive: la democrazia no. La democrazia infatti è soggetta a dinamiche che tutto sono meno che favorevoli ai giovani (basti pensare che l’età minima per votare è 18 anni mentre per essere eletti parlamentari è 25 anni, non considerando ovviamente la necessaria gavetta politica da compiere) e, tramite l’elezione di menti anziane ha decisamente gestito male l’evoluzione dei paradigmi sociali. Così ci si ritrova, nonostante la ricchezza delle nazioni e l’assenza di conflitti militari, con un malcontento giovanile elevatissimo, principalmente dovuto alla paura della perdita del lavoro e dell’identità: tale paura è aggravata, ovviamente, dalla globalizzazione e dal cambio tecnologico. Il malcontento generale è aumentato dalle lacerazioni sociali, che dividono il popolo in due macro classi: la prima costituita da coloro che sono remunerati sebbene non generino risorse, e che quindi si ritrovano “protetti” da eventuali cambiamenti radicali (un ottimo esempio potrebbero essere stati i lavoratori statali durante il lockdown in piena crisi pandemica); la seconda costituita da coloro che soffrono delle esigenze, dei cambiamenti e delle oscillazioni del mercato. E i politici, che eletti nazionalmente pretendono di risolvere questioni legate alle dinamiche globali, non migliorano certo la situazione, anzi la aggravano terribilmente diffondendo quel già presente scetticismo popolare nei confronti della politica e della sua capacità di portare risultati. In questo clima, poi, in preda alla disperazione si guarda all’estero, sperando di ricevere un’impossibile consolazione nel notare che anche gli altri stati affrontano le stesse problematiche: ma non è così. Paesi oligarchici o dittatoriali appaiono decisamente più efficienti, moderni e capaci di restare al passo dei tempi. Basti guardare la Cina, che tramite censura e repressione dei consensi, limita sensibilmente la libertà dei cittadini riuscendo, così, a risolvere problematiche in occidente ritenute passi invalicabili come, banalmente, l’estensione del suo sistema pensionistico a 240 milioni di cittadini abitanti nelle zone rurali del paese. Lo scetticismo nei confronti della democrazia cresce ancora, poi, se osserviamo che la maggior parte dei regimi autoritari sono, almeno sulla carta, legittimati da dinamiche democratiche: non ha importanza il fatto che i risultati siano noti ancor prima del voto (per fare un esempio, la nuova costituzione in Russia ha iniziato ad essere venduta ufficialmente ancora prima di essere votata tramite referendum, mostrando quindi il ruolo di facciata di quest’ultimo), o che il voto risulti in plebisciti o che ancora le manifestazioni di dissenso siano formalmente esistenti ma concretamente represse. Tutto ciò non ha importanza, non si vede: quello che si vede è un paese funzionante, laddove il nostro invece non lo è.

Ma quando i sistemi democratici iniziavano appena a diffondersi nel mondo, la situazione era ben diversa. Tanti errori sono stati fatti, ma alcuni sono molto più gravi di altri. Innanzitutto, la democrazia si è rivelata poco lungimirante oltre che incapace di selezionare statisti virtuosi e visionari: sacrificando il futuro per le soluzioni immediate e mandando al potere dilettanti incompetenti che, spesso e volentieri, iniziano la “scalata al potere” non tanto per l’interesse verso il paese quanto piuttosto per la ricchezza e il prestigio che dalle alte posizioni dirigenziali consegue, ha diffuso un terribile scetticismo nei confronti della sua stessa utilità. Inoltre, non punendo ma anzi regalando la rielezione coloro che di promesse irrealizzabili hanno costituito il loro programma politico, ha eliminato dai giochi quasi interamente quella fetta di popolazione insoddisfatta dal clima attuale e che, impossibilitata a fare altrimenti, si ritrova costretta a riunirsi nelle realtà marginali e di minoranza prive di qualsivoglia peso politico. Poi, come già prima accennavo, i cicli politici così brevi rendono oggettivamente impossibile pensare concretamente a piani strutturali seri e completi per risolvere le problematiche che affliggono il paese, come per esempio il sistema scolastico fermo allo stile ottocentesco o il sistema pensionistico sull’orlo del collasso. E tutto questo senza trattare ancora di clientelismo, lobbismo, influenza delle multinazionali e voto di scambio, che eliminano completamente quel minimo di credibilità che questo regime politico poteva ancora sembrare di avere.

Ciononostante, la democrazia rimane per il momento il regime politico migliore che un paese possa avere, o almeno sicuramente lo è rispetto alla dittatura o all’oligarchia. Infatti, come minimo garantisce una certa sicurezza in termini militari, oltre ad offrire maggiori possibilità in termini di libertà, opportunità e ricchezza alle generazioni future. Ma non tutti i risultati arrivano con facilità: la democrazia come attualmente la conosciamo è un sistema fragile e facilmente fallibile, e pertanto, senza per forza proporre sistemi autoritari, bisogna riformarla o comunque riscriverne le regole, così da risolvere quei problemi di cui abbiamo già discusso. Serve una classe politica seria, competente soprattutto, e lungimirante, che sappia coniugare il regime democratico con le grandi sfide dovute alla globalizzazione e al progresso tecnologico. Servono politici e statisti lungimiranti capaci di ripensarla interamente, ma prestando nel mentre estrema attenzione verso la crescita dell’influenza che le varie lobby esercitano e verso il disprezzo che i cittadini nutrono nei confronti della politica: d’altronde, come la cara vecchia Ungheria a marzo ci ha nuovamente dimostrato, la democrazia muore proprio attraverso il libero voto a suffragio universale, portando al potere governi assolutamenti inadeguati che con programmi mediocri e nelle tendenze sovraniste distruggono il regime democratico dall’interno. La competenza e la coerenza dei governanti eletti, caratteristiche ormai rare da trovarsi nei candidati politici, dovrebbero ora tornare tra le prerogative assolute della classe votante. Classe votante che però, al contempo, dovrebbe rendersi conto che con il voto elegge i suoi rappresentanti parlamentari, e non dovrebbero dunque votare con la stessa attenzione tranquilla e menefreghista con cui eliminano i concorrenti dai programmi televisivi. Infatti, il diritto di voto non garantisce la capacità di utilizzarlo, anzi: la maggior parte dei cittadini votanti non è in grado di riconoscere il miglior candidato o, comunque, il miglior programma politico. Vuoi per mancanza di conoscenze specifiche, soprattutto in ambito economico e giuridico, vuoi per mancanza di interesse verso l’approfondimento delle tematiche di attualità, ma la realtà è tristemente questa. Con ciò ovviamente non bisogna sottintendere la necessità di limitare il voto a coloro che siano capaci di utilizzarlo, che altrimenti si sfocia nuovamente in un regime non democratico sullo stile sofocratico, quanto piuttosto l’esigenza di creare una classe votante maggiormente consapevole, attraverso un sistema scolastico migliorato, un dibattito pubblico più accattivante, una formazione culturale generale più approfondita e la limitazione del suffragio ad un livello minimo di istruzione, come tra l’altro già succede in altri paesi. Ovviamente, è necessario che anche i candidati siano virtuosi, quindi competenti ed effettivamente capaci di gestire le problematiche nazionali in ottica di lungo termine, e soprattutto devono essere migliori per merito a tutti gli eventuali altri candidati: quindi, come il suffragio andrebbe limitato, così anche l’eleggibilità, in modo tale da filtrare via dalla classe politica tutti quegli individui sotto il livello minimo d’istruzione stabilito o che abbiano dimostrato di non essere capaci a gestire le funzioni istituzionali. Sostanzialmente, andrebbe implementata la meritocrazia, de facto inesistente ad oggi, all’interno del regime democratico, così da favorire coloro che per capacità ed esperienza si sono dimostrati ottimi governanti o, nel caso non lo siano mai stati, rappresentino una buona prospettiva per il futuro e la stabilità del paese.

Altrimenti, siamo punto a capo e da questa paralisi non ci muoviamo.