• Home
  • Cosa ci dice il caso Sea Watch 3
Sea Watch 3 e Carola Rackete - Matteo Marinelli

Cosa ci dice il caso Sea Watch 3

Anche se ormai è sparito quasi completamente dalla discussione pubblica, ci terrei ugualmente a proporre una mia analisi della faccenda, esprimendo i miei dubbi sia sulla faccenda quanto sulla sua risoluzione giuridica, cercando inoltre di trovare una soluzione, al fine di evitare che eventi del genere possano riproporsi successivamente.

Il 12 giugno 2019 la nave Sea Watch 3 aveva fatto salire a bordo 52 migranti al largo della Libia e, nonostante il governo italiano avesse richiesto alla nave di riportare queste persone a Tripoli, ha insistito per sbarcare in Italia in quanto, a parere proprio e di gran parte della comunità internazionale, non lo considerava un “porto sicuro”. Queste persone erano partite via mare dalla Libia, paese nel quale, in mezzo ad una quasi totale instabilità politica e militare, i migranti sono vittime di abusi e violenze, come documentato da diverse inchieste giornalistiche e rapporti delle Nazioni Unite: riportare in Libia quelle persone, conseguentemente, avrebbe messo a rischio la loro vita, oltre che violare le regole del diritto marittimo, che impongono alle imbarcazioni che soccorrono persone in mare di raggiungere il porto sicuro più vicino. Ciò che è successo poi è cosa nota, grazie all’intenso bombardamento mediatico recente: l’Italia nega alla nave il permesso di sbarcare e, dopo circa due settimane al largo di Lampedusa, nelle quali erano già state fatte sbarcare donne, bambini e le persone in gravi condizioni di salute, e dopo aver visto respinto il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, entra in acque italiane con a bordo 42 persone. Entrando in acque territoriali priva di autorizzazione, secondo le norme presenti nel “decreto sicurezza bis”, il capitano della Sea Watch 3 e la relativa ONG rischiano migliaia di euro di multa. Ma, grazie alla campagna di crowdfunding lanciata online subito dopo la faccenda (campagna che in una giornata ha raccolto circa 130 mila euro), difficilmente il pagamento di una multa rappresenterà un problema. E lo rappresenterà tanto meno in futuro, avendo posto la nave questa “sfida” al governo italiano al centro dell’attenzione globale, tanto da vedere la proposta del conferimento del Nobel per la pace alla comandante della Sea Watch 3.

Ma è illogico che nonostante la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non abbia ritenuto l’Italia obbligata ad offrire un porto ai migranti, abbia sollecitato le autorità italiane a garantire rifornimenti e cure mediche alle persone a bordo. E, se proprio vogliamo essere sinceri, non è l’unica cosa strana riguardo l’intera faccenda.

Innanzitutto, a conferma dei presunti e tanto discussi rapporti tra ONG e scafisti, il ministro dell’interno Matteo Salvini ha accennato in televisione il 9 luglio che “i magistrati hanno elementi concreti su telefonate fatte dagli scafisti a una ONG della Libia”. Infatti, un libico dovrebbe aver chiamato erroneamente il Centro di Coordinamento delle Capitanerie di porto di Roma, convinto di star parlando con Sea Watch, avvisando della partenza di un gommone da Zuara. E, sebbene Luigi Patronaggio abbia negato la presenza di prove che certifichino accordi tra ONG e scafisti, quella telefonata risulta molto sospetta e, anche se nessuna prova ufficiale è mai stata esibita pubblicamente, l’intelligence italiana continua a pensare che tali accordi esistano.

Spostandoci invece sul processo che ha fatto tornare libera Carola Rackete, anche qui ci sono diversi punti che non tornano. L’ordinanza del giudice Alessandra Vella per le indagini preliminari giustifica il capitano della Sea Watch 3 per aver “agito in adempimento di un dovere”, che in questo caso corrispondeva alla necessità di sbarcare assolutamente in Italia.
Innanzitutto, partiamo cercando di comprendere se si trattasse di un soccorso o di un recupero. Il giudice Vella ha dato per scontato, attenendosi ad una relazione della Guardia di Finanza e, soprattutto, alle parole del capitano, che il gommone individuato dall’aereo delle ONG fosse sul punto di affondare e che, quindi, portare a bordo quelle 52 persone fosse un’azione di salvataggio. Però, se analizziamo le foto scattate dalla stessa Sea Watch, si può facilmente notare come i tubulari del gommone fossero gonfi e a bordo fossero presenti vari serbatoi usati per il carburante. E lasciamo perdere il dettaglio, decisamente grave, che il Gip non abbia nemmeno preso in considerazione l’assunzione di responsabilità dell’operazione, trovandosi quel gommone in acque di ricerca e soccorso libiche, della Guardia Costiera di Tripoli.
Dopo aver imbarcato i migranti, la nave si trovava a sole 69 miglia dalla Tunisia, decisamente meno rispetto alle 124 da Lampedusa, e accettando le ragioni del rifiuto di sbarco a Tripoli, zona di guerra, la nave poteva puntare dritta verso Zarzis. Però, come ci spiega bene la giudice Vella, quest’opzione è stata scartata in quanto, secondo il comandante della nave, in Tunisia non sarebbero presenti porti sicuri. Ma questa affermazione non ha nemmeno senso prenderla in considerazione, considerando che le Tunisia ha firmato le Convenzioni sul salvataggio in mare e la Convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo. E, tra l’altro, oltre 5 milioni di turisti la considerano sicura per le proprie vacanze, e difficilmente una meta sicura per il turismo non lo è per dei migranti.
Poi, nonostante quando la nave si trovava ancora al largo delle coste territoriali italiane fossero già state fatte sbarcare le persone malate o vulnerabili e la procura di Agrigento avesse già affermato esplicitamente che non ci fosse alcuno stato di necessità, la giudice Vella ha sostenuto la decisione di violare il blocco imposto dal Viminale. Tale decisione, in sua opinione, sarebbe supportata da una serie di norme per prestare soccorso e assistenza allo straniero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare: di fatto, così facendo, ha appena affermato che le direttive ministeriali approvate non devono essere rispettate. E non credo che inneggiare all’anarchia sia una buona forma di giustizia all’interno di una repubblica democratica quale l’Italia.

E quanto scritto sopra non sono le uniche perplessità riguardo l’ordinanza alla non convalida dell’arresto di Carola Rackete, in quanto sorgono dubbi anche e soprattutto riguardo il concetto di giustizia in generale, della discrezionalità del giudice e del rispetto delle leggi di un paese. In questi giorni, infatti, magistrati, docenti di diritto e vari addetti ai lavori stanno esprimendo la loro opinione riguardo la decisione del giudice di Agrigento e, ad eccezione di Andrea Natale, giudice del Tribunale di Torino, tutte le voci gridano nella direzione opposta rispetto a quella sentenziata dalla giudice Vella. Magari ciò dovrebbe far sorgere, almeno in piccola parte, il dubbio di aver sbagliato, di non essersi attenuti al proprio vincolo di imparzialità. D’altronde, come anche afferma l’ex magistrato Carlo Nordio, il fenomeno dell’immigrazione irregolare risulta essere troppo complesso per rimanere in gestione alla magistratura, e lo dimostrano le varie contraddizioni che vengono alla luce durante le indagini penali, e che possono portare a conclusioni diverse e spesso opposte a quelle della politica e del buon senso. Alcuni problemi, soprattutto se cause di forti impatti emotivi sulla società moderna, non possono essere risolti dai giudici, e richiedono strumenti di valutazione più efficaci rispetto all’incertezza di un processo. Inoltre, all’interno dello Stato, devono essere applicate le leggi ordinarie dello Stato e, qualora il giudice ritenesse che una delle leggi rilevanti alla risoluzione del caso sia anticostituzionale, è tenuto a sospendere il procedimento e sollevare eccezione di incostituzionalità. Non è una scelta, è un obbligo: un giudice, quindi, non può semplicemente decidere di disapplicare la legge dello Stato perché, a suo avviso, in contrasto con la costituzione. O chiede alla Corte Costituzionale di dichiararne l’incostituzionalità, o la applica. Non ci sono altre possibilità.

In definitiva, il caso della Sea Watch 3 mette in luce, finalmente agli occhi di tutti, che all’interno di questo paese ci sono poteri più influenti del governo che permettono di giustificare, anche andando in contrasto con buon senso e leggi, qualunque azione in nome dei valori, ormai ideologicamente distorti, di ugualianza e umanità. Ma magari, in un futuro neanche troppo lontano, il popolo italiano mostrerà il suo malcontento nei confronti di questo regime e, finalmente, l’Italia tornerà a splendere.